Lo studio autorizzato asl è sito in
Manduria (Ta) alla via L.Idomeneo ed è
strutturato rispettando con massima cura le
normative in vigore per offrirvi la massima
sicurezza ed igene.
Gli standard di sterilizzazione usati nel Rage
Tattoo Studio sono altissimi,dal trattamento dei
materiali allo stoccaggio alla sterilizzazione,niente
è lasciato al caso.
Per le popolazioni delle Marchesi
il tatuaggio è un ornamento ed anche un
vestito. Gli uomini, che tradizionalmente indossavano
solo un telo annodato "hami" che copriva
loro solo i genitali, quando potevano permetterselo
si coprivano l'intero corpo di tatuaggi, mentre
le donne portavano solo piccoli segni intorno
alle labbra, all'orecchie, e soltanto le più
ricche sulle gambe e gli avambracci. Era un ornamento
molto apprezzato, tanto che chi non aveva veniva
disprezzato, e chi ne era coperto veniva considerato
affascinate ed elegante.
Iniziavano a farsi tatuare intorno ai 15-20 anni,
così raggiunta l'età il padre si
rivolgeva ad un maestro tatuatore "tuhuka
patu tiki", e se egli accettava dava ordine
a quattro ragazzi, "kaioi", di costruire
una capanna speciale chiamata "haè
patii". I kaioi avevano anche il compito
di assistere il tatuatore sostenendo il morale
del ragazzo tatuato distraendolo con storie e
canzoni.
Durante tutta la durata dell'operazione, il ragazzo
il tatuatore e i suoi assistenti vivevano tutti
nella capanna, nutriti e mantenuti dalla famiglia
del tatuato secondo il rituale sacro, "tapu".
Per prevenire la febbre e le infezioni, il tatuato
veniva nutrito con cibi particolari. Dopo ogni
seduta l'operazione veniva sospesa per qualche
giorno per lasciar cicatrizzare le punture.
Il tuhuka patu tiki era considerato un vero artista
ed inventava i soggetti e le decorazioni che tatuava.
Di solito insegnava il mestiere al figlio che
diventava il suo primo assistente, "koua",
incaricato di preparare il pigmento, i pettini
per bucare e di tenere la pelle durante l'operazione.
I materiali usati erano estremamente semplici:
il pigmento "kaàhu" non era altro
che il nerofumo prodotto dalla bruciatura delle
noci di bancoul, raccolto da una pietra piatta
posta sopra la noce in fiamme e mescolato ad acqua
tiepida. Il pettine, "ivi patu tiki",
era fatto da una lamella di osso dalla larghezza
variabile con una delle estremità finemente
dentellata oppure da un dente di squalo fissato
all'estremità di un bastone, "kakaho".
Il tatuatore, intinto il pettine nel colore lo
applicava alla pelle e lo percuoteva con un colpo
secco dato da un martelletto di legno. Il paziente
veniva immobilizzato da una morsa fatta con due
tronchi di banano tra i quali veniva legato e
tenuto fermo. Il maestro con l'aiuto dei suoi
assistenti cantava allora una specie di canzone
rituale con la quale scandiva il ritmo del suo
martelletto. Ogni goccia di sangue veniva rapidamente
asciugata perché non doveva assolutamente
toccare terra. Le punture erano quasi sempre infette
dato il materiale usato, e le adeniti erano spesso
conseguenza del tatuaggio e costringevano a sospendere
il lavoro finché il pus, divenuto fluido,
veniva fatto uscire attraverso un taglio procurato
da una conchiglia.
Quando il tatuaggio era finito il padre faceva
il tatuatore un regalo speciale ed organizzava
una grande festa per esibire in pubblico la sua
opera. Per completare un tatuaggio ci volevano
anni, e tra un intervento e un altro vi erano
interruzioni di mesi. Il color ardesia dei tatuaggi
finiva per mascherare la nudità e per diventare
un vestito.
Fonte : ANARCHIA.COM
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e realizzati avendo cura di rispettare le aspettative
del cliente e l'originalità del soggetto,garantendo
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